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Educatori e maestri di strada, quando le pratiche rendono superflui i programmi

a cura di Giusi Palomba

Questa è una ricerca che prova a indagare il mondo sommerso degli educatori e dei maestri di strada, che con l'impegno in luoghi di frontiera, spesso in condizioni contrattuali di precariato spinto, tengono viva un'idea di scuola che mette al centro le persone e non i programmi. Abbiamo rubato qualche ora ad Alessandro Romano, 31 anni e Antonio Criscuolo, 34 anni, entrambi ex educatori del progetto Chance di Napoli. Un caso studiato in tutto il mondo per la capacità di coinvolgimento oltre ogni previsione di ragazzi drop out, in un luogo con il più alto tasso di dispersione scolastica in Europa. Oggi Alessandro e Antonio sono impegnati rispettivamente in un progetto con minori a rischio ad Alessandria e nel progetto Mammut di Scampia, Napoli. Il progetto Chance nella sua natura e spirito iniziale non esiste più per via di tagli indiscriminati operati dalla Regione. Ecco il loro racconto:

Alessandro, tu hai iniziato lavorando con i ragazzi del carcere di Nisida, con l'associazione Figli del Bronx. Vi siete rapportati a loro anche usando laboratori di autonarrazione che includevano cinema, musica e laboratori di scrittura. Puoi spiegare cosa la scrittura riusciva a tirare fuori dai ragazzi?
Nel carcere, da un punto di vista generale, c'è una incapacità di riuscire a comprendere i ragazzi, di guardarli aldilà delle loro problematiche, loro vengono proprio schiacciati sulla dimensione dei problemi. Quello che è emerso è stata la possibilità di riuscire a stimolarli attraverso la parola. Il lavoro che abbiamo cercato di fare è stato aiutarli a trovare nuove parole per raccontare parti della loro storia. I laboratori di scrittura sono stati esperienze valide per costruire un'immagine diversa di sé e anche di proiettarsi nel mondo in un modo differente da quello da loro determinato. Quando io ti racconto qualcosa posso trasformare il senso di quello che dico, perché posso aggiungere una parte di pensiero e di sogno rispetto al solo fatto concreto. Si lavorava anche col dialetto, certo, che come è noto permette una immediatezza di linguaggio e molto spesso può garantire una grande efficacia nella comunicazione.


Potresti descrivere il progetto Chance a chi non lo conosce?
Il progetto Chance nasce come una scuola della seconda occasione, un progetto scolastico per ragazzi che per un motivo o per un altro sono stati espulsi dal circuito scolastico. È una scuola speciale che rilascia un diploma di terza media e punta all'adempimento dell'obbligo scolastico. In origine lo spirito del progetto non era settato sulla dimensione scolastica, la presa in carico era totale. I ragazzi venivano accolti nella loro complessità, con il loro portato personale ed esperienziale, dunque il fine in realtà non era didattico, ma educativo a 360 gradi. Le classi erano di massimo 15 persone. Ogni classe aveva uno o due educatori più il personale docente professionalizzato e motivato per questo tipo di lavoro. Le giornate si strutturavano con mezz'ora di accoglienza con colazione insieme, per darsi il buongiorno, e stemperare un po' il carico di disagio che i ragazzi portano a scuola, per rasserenarsi. Veniva espressamente richiesto loro di portare a scuola la loro musica preferita per questi momenti. L'attività didattica poi veniva svolta utilizzando tecniche speciali, poiché nel corso del tempo alcuni strutturano una sorta di anoressia cognitiva, hanno inappetenza del sapere. Il metodo era quello di inventarsi giorno per giorno dei modi per fare interessare attraverso il gioco, attraverso attività ludiche, di gruppo; l'analisi del testo si fa su una canzone in voga, la media aritmetica si impara prendendo ad esempio le velocità in corsa di motorini modificati, il funzionamento di un vulcano lo si impara con la costruzione di modelli e una volta a settimana si esce per strada. L'intento non è infatti demonizzare la strada, ma vedere la città come aula diffusa e portare proprio in strada, dove i ragazzi in ogni caso torneranno dopo la scuola, delle pratiche sane.

Dal punto di vista generale, quando si parla di intervento verso i giovani, sembra quasi che se ne parli come se ci si rivolgesse a una categoria, quando in realtà i giovani sono la società. E le conseguenze di questo approccio sono quelle drammatiche di questi mesi. Non c'è nessun tipo di investimento di tipo educativo, politico ed economico nei loro confronti. Anche la scuola ha una responsabilità: i docenti tradizionali non sono messi in condizioni di comprendere fino in fondo il proprio ruolo, né la propria funzione col risultato che la scuola è oggi incapace di comprendere l'emozionalità, il portato di sogni e di bisogni dei ragazzi più difficili. Allora il disagio si trasforma in apatia, in aggressività. A loro modo i ragazzi esprimono invece un bisogno di contenimento, di accoglienza. Abbiamo avuto ragazzi che la scuola dichiarava ingestibili, veniva detto loro di presentarsi soltanto un paio d'ore a settimana: questa è una modalità espulsiva di intervento.

Una scuola pensata diversamente mette al centro la persona e non i programmi, e quando i ragazzi arrivano a riconoscere che c'è questo investimento fatto su di loro, si sentono accettati, sicuri, e riescono a portare a scuola anche l'affettività. Il progetto è finito nel 2010 dopo una serie di ristrutturazioni imposte dalla regione. Anno dopo anno è stato compromesso un lavoro grandissimo, fino a quando non è stato più finanziato. Si parla di ragazzi che riuscivano a stare in una scuola fino a 8 ore, che si sono messi totalmente in gioco, ma che hanno ricevuto indietro il messaggio che in realtà non sono poi così importanti, che non valgono un granché.

Antonio, anche tu ex educatore Chance, oggi lavori al Centro Territoriale Scampia, progetto Mito del Mammut, che non è una scuola sostitutiva ma una serie di attività di supporto al sistema scolastico tradizionale. Si tratta spesso di azioni e attività che coinvolgono lo spazio pubblico, nella stessa idea del progetto Chance della città come grande aula di formazione. Ci descrivi il progetto Mammut?

Sì, il progetto Mammut cerca di strutturare un metodo nuovo con cui fare scuola, di diffondere una nuova idea di apprendimento. I principali tentativi di rendere la scuola diversa oggi sembrano un po' inutili, molti progetti inizialmente si sono rifatti alla scuola di don Milani, al metodo Montessori. che sono forse esempi da seguire per la élite intellettuale, ma in realtà per portare avanti realmente una scuola di massa non servono a molto. Oggi la scuola di massa è in crisi, basta osservare i docenti che sono frustrati in un contesto che gli dà pochi mezzi e poche possibilità di azione e non solo in queste zone, c'è proprio un disagio nel vivere la scuola in generale.

Quali sono nel pratico i modi nuovi di fare scuola che cercate di diffondere e dove svolgete le vostre azioni?

Al Rione Sette Palazzi a Scampia per un anno c'è stato un punto di lavoro fisso, situato nei giardini poco curati dall'amministrazione locale. Con ragazzi e genitori abbiamo fatto laboratori, abbiamo costruito le strutture necessarie, fino ad arrivare a prendere tutti i giorni il tè insieme alle mamme che ci portavano i dolci. Tutti i laboratori hanno una struttura che va a organizzarsi come una lezione che si fonda su un'indagine, un'inchiesta, delle esperienze che possano avere come risultato una conoscenza. Se vuoi sapere quali sono i cambiamenti, noi partiamo dal banco, dal cambiamento della posizione in classe che solitamente è rigida, ed è una posizione che blocca il corpo ma anche la mente. Continuiamo con la costruzione di storie che coinvolgono ogni elemento del paesaggio, la natura, la città, il mondo animale. Da una storia nasce il lavoro pratico attraverso la performazione dello spazio, nel nostro percorso potremmo ritrovarci a mettere su un orto, una compostiera, un murales, dei tavolini, delle panchine, e questa progettazione è sempre legata all'utilizzo sia dei numeri sia delle parole. La conoscenza dunque si sedimenta dopo aver incontrato l'azione, insomma si parte dalla pratica e non dalla teoria. Un metodo molto buono è il sistema della caccia al tesoro, che dovrebbe coinvolgere soltanto i ragazzi delle scuole, ma a cui partecipa un po' tutta la collettività. Durante un intero anno ai ragazzi vengono dati degli indizi, degli elementi per sviluppare una storia. La ricerca di indizi si dilunga per tutto l'anno. Alla fine c'è una giornata collettiva finale in cui bisogna ricollegare tutto il percorso. Si gioca con il senso della memoria e il senso del futuro, i ragazzi riescono a pianificare un lavoro, a strutturarlo, e fare dei programmi. E non ricordo nessuna classe in cui qualcuno non abbia preso parte attiva alle azioni. Tutto l'anno rimane affisso nei luoghi di lavoro un Cartellone delle Scoperte e un Cartellone delle Proposte, e la nostra parola preferita è "cantiere".

Rispetto ai laboratori di scrittura, cosa ti colpisce dei loro elaborati?

La cosa che a me colpisce sempre, purtroppo in negativo, è l'idea di un'immagine già definita di ciò che è la loro vita e di quello che sarà, l'accettazione di un'immagine che gli viene dipinta addosso dai media e dal contesto intorno. Loro sono quello che erano ieri i loro genitori, che a loro volta sono spesso giovanissimi. Bisogna fare attenzione perché non è solo una questione economica: non è detto che ragazzi più poveri non riescano ad ottenere oggetti costosi o uno stile di vita eccessivo. Il lavoro sta nel cambiare la cultura della quotidianità, stimolare i piccoli progressi e incentivarli ad acquisire fiducia in loro stessi e nell'idea del cambiamento, che è cosa diversa dal raggiungere il benessere materiale. Molto spesso facciamo fatica a introdurre i libri nella loro vita poiché i ragazzi li percepiscono come strumenti che appartengono a un altro mondo. Usiamo per lo più fumetti o libricini o storielle o qualcosa scritto da loro. Quando lavoravo al progetto Chance, ero un educatore di corridoio, ciò significa che quando trovi i ragazzi in giro che non vogliono stare in classe devi trovare il modo di coinvolgerli. La novità della lettura poteva anche intrigarli, però poi non riescono a vederla come un'azione che possano compiere autonomamente: nel faticoso tentativo di ritagliarsi un ruolo nella società, loro trovano molto più semplice riconoscersi nell'immagine che gli viene cucita addosso da chiunque.

Come mai continui a occuparti di educativa di strada, nonostante le batoste? Ti senti di dire qualcosa a quelli che scelgono o si ritrovano in questo campo?

La cosa che più mi fa sentire coinvolto è che sono cresciuto nel quartiere Case Nuove di Napoli, con la fortuna però di avere due genitori solidi alle spalle. Mio padre pescivendolo, lavoratore instancabile, e mia madre che ha cresciuto non solo noi quattro figli, ma anche cugini e nipoti, e ci ha trasmesso da sempre l'idea di una giustizia sociale, e la pratica del vivere in comunità. Nella mia scuola c'era una grande percentuale di ragazzi che venivano da famiglie di pregiudicati. Io avevo proprio tra i miei amici i più terribili, cercavo anche di studiare con loro. Quando a scuola consigliavano a mia madre di non farli venire da noi, mia madre rispondeva senza temere nulla, che preferiva tenerli a casa sua piuttosto che pensarli in strada. Ho sempre sentito l'impossibilità davanti a certe cose, perché puoi immaginare che non sempre le situazioni erano rose e fiori, ma era una cosa intollerabile, non riuscivo a viverla in maniera tranquilla. E quando ho cominciato a conoscere il sociale, mi sentivo ancora addosso il peccato originale dei napoletani, ovvero quel senso di impotenza e di incapacità. Poi ho conosciuto la mia ragazza che lavorava in questo settore e grazie a lei ho cominciato a frequentare qualche volta un centro a Cosenza, ho iniziato a lavorare in campi estivi in montagna e al mare. Ho notato che avevo sia il piacere sia l'attitudine a instaurare delle relazioni autentiche con minori che vivevano situazioni di disagio. Poi è chiaro che in questo lavoro, se ci pensi, non si tratta mai solo di altruismo, viene coinvolta anche una parte intima di noi stessi, è come se dovessi risolvere qualcosa di profondo.

Quello che mi sento di dire a chi fa questo tipo di lavoro è che è fondamentale non lavorare troppo tempo nello stesso posto, bisogna cambiare per ricaricarsi, poi magari anche tornare, ma bisogna moltiplicare le occasioni di confronto con l'esterno e non chiudersi in una realtà che rischia spesso di diventare soffocante nonostante la supervisione psicologica solitamente prevista per lo staff. Io sono stato richiamato al progetto Mammut dopo un episodio di un incendio doloso appiccato a un furgone della struttura, e il mio intervento era diverso da quello dei colleghi già provati dagli eventi. Poi come linea generale penso sia fondamentale essere capaci di concepire la diversità, e non solo di tollerarla e la diversità è sicuramente un tema che mi tocca da vicino. All'età di 18 anni ho subito un incidente che mi costringe su una sedia a rotelle. Questi ragazzi sanno analizzare le cose in modo più pratico di un loro coetaneo di un altro luogo, cosa che nasce dal dover fare quotidianamente di necessità virtù, ma questo non significa che abbiano capacità di azione, quindi penso che a volte anche solo osservare me e il modo in cui mi muovo nello spazio, può dare loro il senso della possibilità: non esistono cose che non si possono fare, esiste solo la volontà.